Nei lunghi (ahimé) anni passati al liceo, nelle lunghe mattinate non disegnavo soltanto strani animalini, ma anche tante altre cose, sempre con il fido Rapidograph 0.2.
Gli spunti potevano essere molto diversi, a volte bastava un vecchio esercizio di matematica oppure un appunto preso durante una lezione, le lettere cominciavano ad allungarsi, gli occhielli si riempivano. Le frasi si collegavano fino a cementarsi fino a formare una strana struttura o un bizzarro oggetto. E così ritagli di fogli o protocolli ripiegati si riempivano di china nera. Altre volte erano volantini a sfondo politico distribuiti sul portone del liceo. Ma questi, stampati col ciclostile, avevano la carta troppo assorbente, non buona per il Rapidograph. La soluzione? La vecchia Parker che mi regalarono per la comunione, col refill blu a punta grossa, morbidissima, per una scrittura quasi sensuale
Ma la passione per il disegno è nata solo al liceo?
La risposta è no. Fu mia mamma a dirmi fin da piccino che se mi fossi annoiato avrei potuto disegnare e sbizzarrire la mia fantasia. Del resto lei era una pittrice autodidatta (potete vedere i suoi quadri sul suo profilo Instagram Lella Forti Milanese).
Papà (Ma non sei fiorentino? Vi chiederete, sì, ma questa è l’ennesima altra storia…) invece era architetto. Insomma, se vedete qualche richiamo a Dalì, De Chirico, Mondrian, Lichtenstein e altri, qualche motivo c’è, l’arte è sempre stata di casa e se non era nel dna l’ho comunque assorbita fin dalla nascita.

E questo è il fido Rapidograph 0.2 (strisce gialle) con i suoi colleghi 0.4 (strisce marroni) e 0.6 (strisce blu).
Sotto alcuni dei disegni usciti dalla mia fantasia, qualcuno figurativo, anche se stilizzato, altri completamente astratti… anzi, no. Se li ingrandite potrete infatti vedere un intreccio di oggetti veri o verosimili o completamente inventati.