Mitsuko

Racconto in stile giapponese, una specie di omaggio a Yasunari Kawabata. Non ricordo l’origine, forse lo scrissi durante la frequentazione dell’amica Joice sul forum www.larepubblicadeilettori.it, come e se lui.



Prima parte

Mitsuko si muoveva leggera nella cucina, scegliendo con occhio esperto gli ingredienti selezionati in anni di esperimenti che le avevano permesso di perfezionare un’antica ricetta insegnatale da sua nonna. Cucinare per Mitsuko era un’arte del tutto simile alla tradizionale cerimonia del tè. Niente era lasciato al caso, ogni particolare era studiato nei dettagli e ripetuto sistematicamente nelle rare occasioni in cui decideva di invitare qualcuno.
Per questi motivi Yukio si riteneva doppiamente fortunato, non solo avrebbe mangiato quei piatti prelibati, ma poteva anche assistere alla loro preparazione.
La cucina era piccola per cui decise di rimanere sulla soglia, quasi fosse l’unico spettatore di una rappresentazione teatrale. E per certi versi lo era.
Mitsuko, girandosi su sé stessa, riallineando i piedi ora verso il lavabo, subito dopo di fronte ai fornelli, sciacquava verdi mazzetti di verdure o correggeva con microscopiche nuvole di spezie una pietanza. Contemporaneamente la sua voce cuciva insieme quelle operazioni con spiegazioni tecniche inframezzate ad aneddoti sulle ricette o sugli accadimenti della sua giornata.
Yukio si lasciava glassare da quel suono caldo che era la voce di lei, come cioccolata fusa che scenda a coprire un biscotto. Non voleva rompere l’incantesimo e in cuor suo sperava che quella scena continuasse all’infinito.



Seconda parte

Parte della voce di Mitsuko entrava nelle orecchie di Yukio, la parte concettuale. Il calore e il colore sembravano invece girare nel lobo, seguendo le curve del padiglione. Una sillaba, come una goccia sonora, scivolò sul suo collo rotolando sulla morbida peluria come sospinta da un leggero alitare di labbra a stento trattenute dal contatto. Un brivido dalla nuca le impresse un movimento circolare che lasciò una tiepida scia sulla gola per avvolgersi lentamente verso la guancia. Qui pattinò disegnando arabeschi infuocati fino a proiettarsi sullo zigomo e perdersi nel bosco di ciglia. La palpebra sembrò trattenerla con la morbidezza di una nuvola, viva per il pulsare celato dell’occhio, quando un guizzo improvviso la rimbalzò sul naso e da qui alla velocità di un cuore impazzito nel canto del labbro dischiuso. La lingua in agguato felino stava già per ghermirla quando… «Vassoio… per favore, Yukio, mi passi quel vassoio? V-A-S-S-O-I-O!… ma mi ascolti? Ti senti bene…?».


Mitsuko

Immagine generata con Google AI Studio